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domenica 16 febbraio 2014

La Coerenza di Matteo Renzi in 11 passi




All'alba del nuovo governo di Matteo Renzi, mettiamo in fila qualche dichiarazione del trentanovenne ex sindaco di Firenze, e vediamo quanta coerenza è possibile riscontrare nelle sue frasi.

“Governo avanti ma si devono fare le cose”, Matteo Renzi 3/12/2013

"Non farò cadere il governo", Matteo Renzi a Porta a Porta, 3/12/2013

sabato 15 febbraio 2014

Matteo Renzi ed il governo: un suicidio, un omicidio od un complotto politico?

I recenti fatti di cronaca politica, ed in particolare le dimissioni di Letta e l'incarico di formare un nuovo governo a Renzi ha scosso il mondo politico e lasciato sostianzalmente di stucco anche i più noti osservatori. Cerchiamo di capire che è successo e come prevedibilmente evolverà lo scenario.

Chi ha seguito i precedenti articoli sa che, a parere dei curatori di questo blog, Renzi aveva una strategia molto semplice da seguire:
  1. Fare approvare la legge elettorale
  2. Andare ad elezioni
  3. Vincere e provare a governare
Ma quali sono allora i motivi che hanno spinto il presunto imberbe sindaco fiorentino a mischiare in questo modo le carte?

Proviamo a fare un giochino per scoprirlo.

martedì 11 febbraio 2014

Gli intenti di Renzi. I prossimi passi

Che farà Renzi?

Le mosse che ha a disposizione sono, in sostanza, due:
1. Fare cadere il governo
2. Non fare cadere il governo

E' naturale che Renzi sia portato naturalmente alla prima ipotesi. Il tempo gioca contro di lui. In questo momento Berlusconi è ancora debole, il nuovo centro destra è organizzazione parlamentare e non partito politico. Il PD sostanzialmente stabile. I grillini sbraitano molto, ma è probabile che il loro peso elettorale non debba aumentare, anzi forse contrarsi un poco. Scelta Civica è in dispersione. SEL conta assai poco. La Lega è gravemente ferita ed il suo elettorato è in fuga.

Tirando, le fila, anche ipotizzando un Berlusconi con l'elmetto per la campagna elettorale, è probabile ipotizzare al peggio uno scenario elettorale non troppo dissimile da quello emerso nelle ultime legislative.

Vale a dire, uno scenario che con l'attuale legge elettorale fa rima con ingovernabilità (o larghe intese), ma che,

mercoledì 4 maggio 2011

BRUNETTA, LA SINISTRA, E LA SUPERIORITA' DEL CENTRODESTRA

Nell'intervista concessa a Libero (che potete trovare qui), il ministro per la pubblica amministrazione e l'Innovazione Renato Brunetta, si produce in considerazioni che, in un crescendo Wagneriano, si ritrovano ad esaltare il centro-destra italiano, a detrimento di un centro sinistra (o sinistra-centro come lui preferisce definirlo) tutto "camaleonti, transfughi e paguri".

Al di là dei modi, i quali non possono che irritare, considerando la fonte istituzione dalla quale essi sorgono, tuttavia, ritengo vi siano elementi in queste considerazioni che dispongono una loro forza data,  in sostanza, dalla loro attinenza con la realtà politica.

E' innegabile che questo centro sinistra in tutte le sue vittorie si sia fatto scudo di "un papa straniero" (ed uno solo vincente: Prodi) per conseguire pur risicate maggioranze, raccogliendo viceversa più o meno sonore sconfitte allorquando ha tentato di proporsi con candidati organici (da Ochetto a Veltroni per intenderci),  sottolineando un'incapacità di fondo nel relazionarsi con strati maggioritari della cittadinanza italiana, forse anche a causa, come sottolinea il ministro, di non disporre più di "alcuna base sociale di riferimento (....)alcuna ricetta di politica economica."

E’ ancora vero che il processo di evoluzione social-democratica del PCI è rimasto in parte monco, troppo schiavo di negoziazioni e compromessi infiniti  tra le innumerevoli componenti interne, tra queste e gli alleati cattolici, tra questi ultimi e la sinistra comunista, a sua volta ingaggiata contro i radicali, nel frattempo impegnati in una lotta dura contro il dipietrismo , il tutto mentre la società civile premeva con altre istanze e differenti richieste.

In questo guazzabuglio parlare di centro-sinistra resta in gran parte un’astrazione,  essendo nei fatti rimasto allo stadio di cartello elettorale che in vent’anni non ha saputo evolvere ed elaborare proposte e programmi rivelatori di una concezione della conduzione del nostro paese organica, mentre dall’altra parte emergeva, s’imponeva e tiranneggiava la straordinaria forza di Berlusconi, avversario duro, attrezzato, il quale avrebbe destato preoccupazioni anche ad un centro-sinistra in condizioni migliori. Qui do ragione a Brunetta.

Naturalmente, ricavare dalle altrui debolezze supposizioni sulla propria fortezza mi pare alquanto azzardato. Il ministro accredita ai governi di centro-destra la capacità di avere prodotto riforme “della scuola, delle università, della pubblica amministrazione”, quando la più grande debacle del berlusconismo e della sua forma di governo, è data dalla incapacità dimostrata lungo 4 governi, di assumersi e perseguire un’azione di riforma strutturale del nostro paese.   Egualmente una presunta “superiorità morale” dei partiti di governo è difficile da accreditare, ancor più quando Brunetta stesso, nell’evocare il martirio mediatico al quale il premier sarebbe stato sottoposto, non trova altra argomentazione che contrapporre l’anonimato garantito a eventuali presidenti democristiani omosessuali con la pubblicità resa ai presunti rapporti sessuali con minorenni del Premier, come fosse paragonabile la libera scelta di orientamento sessuale di individui con la condotta penalmente perseguibile di Berlusconi.

Risulta dunque perlomeno una forzatura questa smargiassa dichiarazione di superiorità e disprezzo per l’avversario politico ma,  dando un occhio al calendario essa risulta, quantomeno, più comprensibile

lunedì 31 gennaio 2011

Primarie all'americana, alla francese e all'Italiana

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Anche il Partito socialista francese utilizzerà le "primarie", nell'autunno 2011, per la designazione del suo candidato alle elezioni presidenziali.  Si tratta di una opportunità unica per la sinistra francese di calamitare l'attenzione dei media da giugno a novembre 2011, perché una tale competizione ha le caratteristiche per diventare davvero molto interessante e catturare l'immaginazione di tutti i francesi. 


Il Partito Socialista Francese è l'unico grande partito politico francese che terrà delle primarie per le prossime elezioni presidenziali. Il presidente Sarkozy è naturalmente candidato per il secondo mandato, e dunque  il suo partito, l'UMP, non terrà delle primarie. Sul fronte dei media, dunque, il Partito Socialista sarà solo e questo è un vantaggio importante.


Già molte candidature sono state annunciate, tra cui quella di Arnaud Montebourg che ha presieduto il comitato del Partito Socialista per la primarie, quella di Segolene Royal, che ha raccolto più di 18 milioni di voti durante le ultime elezioni presidenziali contro Nicolas Sarkozy e quella di  Manuel Valls.  Ne verranno altre, le più attese sono quelle di Martine Aubry, segretario del partito socialista e di Daniel Strauss-Kahn, presidente del fondo monetario internazionale.

I media francesi dedicano sempre più spazio a queste elezioni e non appena un candidato fa una dichiarazione interessante, subito i media si precipitano e ne fanno oggetto di dibattiti, interviste e servizi. E' accaduto per la posizione di Manuel Valls sulla questione delle 35 ore. 
Questa legge, uno dei lasciti più forti della progettualità del governo socialista di Jospine e ferocemente osteggiato dalla destra e modificata dal presidente Sarkozy per permettere ai francesi di "lavorare di più per guadagnare di più." Che il socialista Valls proponga oggi di "sbloccare le 35 ore per consentire alle imprese di aumentare i salari" diventa oggetto di dibattito e tutti i media trattano di questo argomento. 

Ancor più rivelatrice è la posizione del Partito Socialista della signora Aubry di fronte alla proposta Valls: per lei è semplicemente inaccettabile che un candidato alle "primarie" critichi radicalmente leggi che sono state adottate in passato da un governo socialista, e particolarmente le 35 ore. La signora Aubry minaccia di espellere Valls se non rispetta la "linea ufficiale" . Invece di discutere. dunque, minaccia. Secondo una voce, ben fondata, esiste un accordo fra Daniel Strauss-Kahn, Royal e Aubry che prevede che nel caso di candidatura del primo,gli altri si ritirerebbero a suo favore.


Se una cosa del genere dovesse accadere, tutta la suspense che verrebbe generata da una vera competizione per la scelta del candidato scomparirebbe ipso facto. La stampa non darebbe che una copertura minima di questo evento proprio poiché disprezzato in primis dai suoi principali dirigenti. 


Sarebbe un errore di calcolo nella misura in cui il PSF ignora che la battaglia elettorale è anche commercio d'immagine. Nelle primarie degli Stati Uniti nessun candidato rinuncerebbe a favore di un'altro. Nel corso delle ultime primarie democratiche, tutti i candidati si sono impegnati fino all'ultimo minuto in una battaglia di titani. Il confronto è stato duro e intenso e solo dopo i risultati del voto i candidati sconfitti si sono mobilitate per Obama.


Il partito democratico, su cui è concentrata l'attenzione del mondo intero, è stato il vincitore, grazie a tutta la pubblicità dei media che la rivalità tra i candidati ha generato.  I Democratici sono riusciti non solo ad eleggere Obama alle elezioni politiche, ma anche ad avere la maggioranza alla Camera dei rappresentanti e al Senato. 


Qualcuno potrà obiettare che la politica in Italia non è come negli Stati Uniti o in Francia. 
Osservazione vera, ma che tuttavia non realizza come l'elettore sia un'elettore ovunque si trovi, e come egli segua con occhio distratto l'evoluzione dello scenario politico che lo interessa.
Ma la sua attenzione si acutizza di fronte al clamore suscitato da dichiarazioni coraggiose, dibattiti democratici aperti e onesti.


A mio parere il risultato delle primarie  del Partito Democratico di Bersani deve essere frutto di uno scontro vero e sano tra tutti i candidati che aspirano a diventare Presidenti del Consiglio. Se invece queste primarie rappresenteranno come al solito un mero espediente propagandistico e saranno sabotate dagli interessi e dalle strategie dei leader del partito, il PD mancherà il bersaglio e una meravigliosa opportunità per acquistare credito e consenso.


Aggiungo, in conclusione, una considerazione di carattere più culturale: accettare e proporre alla società italiana un modello di primarie vere e democratiche è anche proporre un modello di società capace di contrapporsi orgogliosamente al modello berlusconiano di stampo populista nel quale il leader cade dall'alto, e proporre invece un modello aperto, in cui le opportunità sono per tutti, in base al merito e alle capacità e non a sordidi legami con il capo.


sabato 8 gennaio 2011

Giovanni Sartori considera le primarie nel PD disastrose. Non sono d'accordo. Ecco perché


In un recente editoriale sul Corriere della Sera il politologo Giovanni Sartori ha teorizzato i rischi connessi alle primarie nel Partito Democratico, sottolineando come un'eventuale vittoria di Vendola rappresenterebbe, per il PD, una catastrofe.



Quando si nutre stima e rispetto per una figura come quella di Giovanni Sartori è molto difficile produrre ed esprimere un'argomentazione che finisce per differire ed, in una certa misura, confutare quanto da lui espresso.


Vale in generale il rispetto che si deve a se stessi e alla propria coerenza, per sforzarsi e rimuovere l'ipse dixit, e mostrare che in una circostanza particolare e ben delimitata, Giovanni Sartori non ha ragione.
O meglio. Il politologo toscano deriva da un'analisi corretta delle conclusioni che sono, a mio avviso, sbagliate.


Le primarie rischiano di estremizzare le posizioni? Sì, concordo. Senza tirare in ballo Downs, è evidente che allorquando ci si rivolge al proprio elettorato occorre solleticarne i sogni, estremizzare se possibile le posizioni.E' altrettanto evidente che lo stesso comportamento sarebbe un suicidio in campagna elettorale, momento nel quale il candidato deve essere il più ecumenico possibile. 


Il rischio dunque, per Sartori, è quello di una mancata congruenza tra la volontà espressa dal "popolo delle primarie" rispetto alle inclinazioni dell'elettorato italiano nel suo complesso, dunque la disfatta elettorale per il Partito Democratico. 


A mio avviso questa conclusione non regge in quanto Sartori finisce implicitamente per suggerire una concezione elitistica secondo la quale una ristretta cerchia di partito, un consiglio degli anziani, una direzione nazionale possono essere se non più rappresentativi, quantomeno più in sintonia con l'elettorato rispetto alle preferenze espresse da qualche milione di cittadini italiani. 


Quest'idea, oltre che non democratica, mi pare una colossale sciocchezza.

venerdì 17 dicembre 2010

La non caduta del governo Berlusconi: infiltrati tra i manifestanti?

L'immagine fa riferimento al sito di Repubblica
Infiltrati tra i manifestanti

La cosa probabilmente non scuoterà più che tanto il muro di indifferenza della maggioranza degli Italiani.
Ma quanto sta emergendo, se dovesse venire confermato, emana un cattivo odore di anni di piombo e strategia della tensione.
In breve il PD denuncia la presenza di "infiltrati che hanno messo a rischio i manifestanti e le forze dell'ordine"(Anna Finocchiaro) nel corso delle manifestazioni che hanno messo a ferro e fuoco la città ieri.
E' difficile ovviamente sviluppare un ragionamento su un fatto che risulta da accertare ed, al momento, al più, può qualificarsi come illazione.
Ma tuttavia può essere analizzato in quanto sintomo dello stato attuale della politica Italiana.

Data una situazione estremamente critica per il governo Berlusconi, a fronte della crisi parlamentare e dell'esecutivo, del distaccamento di frange importanti dell'establishment, di un'acutizzata tensione sociale data tanto dalle malsane condizioni economiche che dall'inasprirsi della protesta studentesca, allora occorre forse compiere un'analisi per funzione. Non si tratta di porsi la domanda del "a chi giova?", ma piuttosto di inserire la questione all'interno dello scenario per cercare di ricavarne connessioni ed esplicazioni.
Quali potrebbero essere dunque le conseguenze di manifestazioni violente a livello sociale e politico?
Ne azzardo qualcuna: paura e timore da parte della maggioranza dei cittadini, avversione da parte dell'establishment nei confronti di una situazione sociale non facilmente governabile, condanna generalizzata nei confronti dei movimenti e delle loro "aree di contiguità"
E quindi: ricerca di una formula politica capace al tempo stesso di evitare recrudescenze violente e di proporre e mantenere una pacificazione sociale, per quanto forzata.
E dunque: messa all'angolo dei movimenti di protesta, dell'area del dissenso e, più in generale, delle aree di critica e di alternativa, includendo in questa categoria tutte quelle forze che si oppongono all'esecutivo (FLI, PD, 5 stelle..)
Conclusione: una curiosa congruenza tra le necessità del governo Berlusconi e le conseguenze che sopra ho esplicato

Tutto ciò ovviamente non può che far pensare a quanto accadde negli anni '70, momento nel quale, a fronte dell'inasprirsi dei conflitti sociali, si sviluppò quella che venne ribattezzata "strategia della tensione", con un uso spregiudicato di frange non meglio specificate dello stato al fine di innalzare il livello della tensione e compattare l'elettorato moderato verso il partito della democrazia cristiana.
Il giochino riuscì, ma portò con se una serie di lutti e morti impressionanti, risultando una ferita che ancor oggi fatica a rimarginarsi.


E per voi? quale significato attribuite alla presenza di infiltrati nei cortei?