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sabato 29 gennaio 2011

Egitto, manifestazioni e nuovo governo. Rivolta o Rivoluzione?

Dopo una giornata di violenza senza precedenti in Egitto, il presidente Hosni Mubarak è uscito dal silenzio. Mettendo fine alla voci circa la sua fuga dal paese, ha annunciato l’intenzione di formare un nuovo governo. Al tempo stesso ha promesso misure per la democrazia, l'occupazione, la sanità e l’istruzione. Ma ha anche avvertito che non farà si che il movimento degeneri in "caos". 

Nei fatti, però, la situazione è incerta. Si vive una curiosa atmosfera fra l'anarchia e l’insurrezione gioiosa. In serata, l'esercito ed i blindati hanno sostituito  la polizia nelle grandi città de Il Cairo, Alessandria e Suez. Il coprifuoco è stato imposto, in teoria, dalle 18 alle 7. Ma gli egiziani lo hanno perlopiù ignorato. La folla ha riempito le strade ed i militari hanno solidarizzato con i manifestanti, facendo il segno "V" di vittoria e ricevendo in cambio calorosi applausi. Alcuni si sono appollaiati sui carri armati, sotto lo sguardo benevolo dei soldati. 

I militari hanno però respinto i manifestanti che volevano invadere la radio pubblica e la televisione, come il Ministero degli Affari Esteri.
 
Essi hanno inoltre preso posizione attorno alle ambasciate statunitensi e britanniche. 
I militari proteggono ugualmente il Museo Nazionale ed 
i suoi tesori, considerata la robusta presenza di saccheggiatori: non è raro vedere per le strade uomini con le mani piene di merci di ogni tipo.

Gli incendi illuminano innumerevoli città ed alcune strade sembrano campi di battaglia. Incendi di veicoli, particolarmente della polizia, incendi di palazzi, come quello della sede centrale del partito di governo.  Il bilancio di questo "Venerdì di rabbia" risulta molto pesante. Ci sarebbero già stati 27 morti ed il numero dei feriti supera i mille. 

Le comunicazioni sono molto difficili nel paese.
 
Gli operatori telefonici hanno dovuto tagliare le loro reti su richiesta del governo. Anche internet è stato colpito duramente: Twitter e Facebook sono praticamente inaccessibili. Il governo spera così di arginare la rivolta, i cui slogan e contenuti passano per il web

Asia Centrale: mani basse sul petrolio!


La presenza di petrolio nel Mar Caspio è nota da secoli, alcuni scrittori affermano fin dal Medioevo. Tuttavia i 5 stati rivieraschi (Russia, Turkmenistan, Iran, Kazakistan e Azerbaigian) hanno cominciato a trarne profitti soltanto a partire dalla metà del XIX secolo, principalmente per mezzo di aziende britanniche. Tra il 1917 e il 1991 le imprese occidentali non hanno ovviamente sfruttato più nulla, sostituite dalle aziende di stato dell'URSS, ed anno dunque dovuto attendere giusto fino al crollo del blocco sovietico, per presentarsi nuovamente nella regione. Le società petrolifere anglosassoni rappresentano i primi player a livello internazionale a capire l'importanza della regione: ancor prima dell'apertura delle ambasciate, le grandi aziende statunitensi s'installano per sfruttare le risorse del Mar Caspio.


Attualmente esse detengono circa il 60% delle riserve petrolifere della zona, i restanti 40% risiedendo nelle mani delle compagnie nazionali degli stati rivieraschi, ed hanno avviato investimenti significativi.  Tra il 1991 e il 2002 l'investimento è stimabile a 16 miliardi di dollari, ripartiti in 13 miliardi per l'esplorazione e la messa in attività di nuovi giacimenti, e 3 miliardi per la costruzione di gasdotti.
Il Kazakhstan è il maggiore beneficiario di questi investimenti, raccogliendone circa la metà ,seguito dall'Azerbaijan, che ha firmato, con le grandi compagnie occidentali, il contratto del secolo il 20/12/1994. Un contratto da 8 miliardi di dollari che prevede la gestione di tre campi di petrolio offshore, e riconosce il 70% dei profitti allo stato dell'Azerbaigian.

Ma una controversia resta da risolvere: chi possiede il petrolio dal Mar Caspio?
Vi sono sostanzialmente due posizioni opposte.

- Quella di Russia, Turkmenistan e Iran che sostengono che giuridicamente non si tratta di un mare ma di un lago e dunque i giacimenti petroliferi sono da considerarsi di proprietà congiunta dei cinque stati rivieraschi.
 
- Quella di Azerbaigian e Kazakistan, che he sostengono invece che si tratta di un mare a tutti gli effetti, e dunque è da applicarsi la convenzione di Montego Bay sui diritti del mare.
In questa prospettiva la proprietà dei giacimenti petroliferi dipende dalla distanza dalle differenti coste.

Questo situazione si è parzialmente andata a risolvere con la stipula dell'accordo bilaterale del 13/05/2002 tra Russia e Kazakistan, che si concentra sulla definizione dei rispettivi diritti sovrani sulle giacimenti di petrolio off-shore.  Un accordo analogo è stato siglato fra l'Azerbaigian e il Kazakistan il 23/09/2002 seguito quindi un accordo tra la Russia e l'Azerbaigian. Questi tre accordi sono tutti orientati ad produrre un processo di divisione del Mar Caspio.

La Russia pertanto, fronte all'emergere delle compagnie petrolifere occidentali e cinesi, ha perso in maniera smaccata il suo ruolo da prima donna in Asia Centrale, e ciò è spiegabile per una serie di ragioni:

  • La politica russa nel Caucaso e in Asia centrale non ha fatto altro che causare diffidenza e sospetto. La Russia ha sviluppato infatti una politica sistematica di destabilizzazione, ad esempio in Azerbaigian dove, tra il 1993 e il 1995, ha istigato ripetuti colpi di stato al fine di impedire la collaborazione tra Occidente e l'Azerbaigian. La Russia ha rivendicato il diritto di ispezionare tutti i progetti petroliferi in Azerbaijan. 
  • La politica della Russia in questa regione è sempre stata ostacolata dalla guerra in Cecenia. Non è possibile sviluppare una strategia regionale che andasse oltre rispetto ad una strategia di contenimento e negativa.
  • Gli Stati Uniti sono molto dinamici e intraprendenti nella regione e in breve tempo hanno raggiunto una posizione dominante tanto a livello politico che diplomatico dove sono considerati, contrariamente ai Russi una garanzia di sicurezza e stabilità

martedì 25 gennaio 2011

Taiwan e la Cina 2. Quale esito?

Fronte alla situazione descritta nel precedente post, il governo di Pechino nell'ultimo periodo si è dichiarato favorevole ad una "riunificazione pacifica della Patria", addolcendo di molto la sua posizione che prima era contrassegnata dallo slogan "liberare a qualsiasi costoTaiwan".
La proposta di riunificazione della Cina continentale riprende dunque la stessa formula della RAS (regione ad autonomia speciale) utilizzata per Macao e Honk Kong: uno stato, due sistemi economici e sociali.

Taiwan potrà, in questa prospettiva, mantenere le proprie forze armate, il suo sistema economico e lo stile di vita. Il governo cinese promette ugualmente di non interferire negli affari locali e nei rapporti economici e culturali di Taiwan con l'estero. Taiwan continuerà a condurre nel modo che ritiene più opportuno la propria diplomazia economica e culturale, in cambio del riconoscimento della supremazia politica della Cina.

Tutto ciò non solleva solleva alcun entusiasmo a Taiwan. I taiwanesi evidenziano i problemi affrontati nel corso della riunificazione tedesca, un'operazione lunga e costosa e le differenze economiche tra i due paesi. Oggi 22 milioni di taiwanesi producono un prodotto nazionale che rappresenta la metà della ricchezza nazionale prodotta da più di un miliardo di cinesi. Un tenore di vita 5 volte superiore a quella della Cina.
Inoltre, oggi Taiwan può essere descritta come una vera democrazia.

Dal punto di vista economico i due paesi conoscono un avvicinamento sostanziale: gli interscambi commerciali  sono rapidamente incremento dal 1987. Taiwan oggi è il quarto partner commerciale della Cina continentale,  30 000 aziende taiwanesi operano sul continente e più di 100 000 cittadini taiwanesi vivere stabilmente in Cina.

Oltre a questa dipendenza economica, la Cina fa anche leva sull'arma militare.
Centinaia di missili sono puntati su Taiwan. Missili ovviamente destinati ad avere un effetto deterrente: ad esempio, nel 1995 e 1996, in concomitanza con le elezioni parlamentari e presidenziali, la Cina ha effettuato tre lanci di missili. L'esuberanza militare cinese è volta a promuovere sull'isola un gruppo di pressione che favorisca una politica accomodante nei confronti della Cina continentale e indebolisca il movimento indipendentista che esiste a Taiwan.

Tuttavia l'impatto di queste prove di forza è stato alquanto scarso. Il dibattito politico è rimasto in gran parte insulare e la questione della riunificazione non ha assolutamente monopolizzato la campagna elettorale. Si è piuttosto riscontrato che, durante la campagna elettorale, tra l'80 e il 90% degli elettori si dimostrava del tutto contrario alla riunificazione con la Cina.

La legge cinese del marzo 2005, ufficialmente chiamata legge anti-secessione, che legittima l'uso della forza a fronte di eventuali dichiarazioni d'indipendenza, è stata considerata come l'espressione delle intenzioni aggressive da parte della Cina nei confronti di Taiwan.

Fronte a quelle che sono state considerate provocazioni, Taiwan ha manifestato l'ambizione di divenire uno stato sovrano ed ha considerato improponibile qualsiasi prospettiva di reunificazione fino a quando la Cina continentale  non svilupperà realmente un sistema politico democratico e pluralista.
In questa prospettiva, il 4 marzo 2007, Taiwan ha proclamato un nuovo elenco di 4 desideri:
- Taiwan vuole l'indipendenza.
- Taiwan vuole cambiare il suo nome.
- Taiwan vuole una nuova costituzione.
- Taiwan vuole crescere.
Il momento della proclamazione è stato scelto accuratamente, proprio in coincidenza con le olimpiadi di Pechino, momento nel quale la cina era sostanzialmente impossibilitata ad agire.

Come si può comprendere i momenti di attrito tra i due paesi restano molti. Ugualmente la stessa presenza  di questi attriti è utile a mostrare che, nonostante il tempo passato, l'Asia non è ancora uscita dall'assetto generato dalla fine della seconda guerra mondiale

lunedì 10 gennaio 2011

Cina e Stati Uniti, guerra o pace?








Le relazioni tra Cina e Stati Uniti rappresentano un nodo cruciale per stabilire come si svilupperanno le relazioni internazionali nei prossimi decenni.


La politica diplomatica degli Stati Uniti nei confronti della Cina sembra sia scissa tra due differenti impostazioni.
       Da una parte vi sono coloro che ritengono che la Cina sia uno stato aggressivo determinato a perseguire l'egemonia regionale, e che gli Stati Uniti devono dunque fare tutto il possibile per rallentarne l'ascesa.
In questa prospettiva si  pone il libro bianco pubblicato dal Pentagono ne 2005, che individua la Cina come il paese con il maggiore potenziale per competere militarmente con gli Stati Uniti.
I funzionari statunitensi mettono in evidenza che il vero problema non è tanto l'attuale livello di spesa militare (che resta ridicola rispetto agli USA), ma l'aumento progressivo del bilancio della difesa cinese e la mancanza di trasparenza relativamente alla distribuzione delle risorse: i cinesi annunciano il loro budget nel complesso ma non è possibile sapere come si compone.
Secondo i falchi dell'amministrazione Obama, nel giro di due o tre decenni la Cina perverrà ad un livello di
potenza tale da permettergli di riuscire a spodestare gli Usa dalla loro posizione predominante in Asia.

D'altro canto invece, una parte dell'amministrazione americana ritiene che il comportamento della Cina non mostri alcuna voglia di rovesciare un assetto di potere che gli è in gran parte favorevole. Per i sostenitori di questa visione occorre dunque accompagnare la Cina in un percorso di assimilazione "pacifica"  nel sistema internazionale.
Pesa a favore della seconda visione la considerazione che il continuo ammodernamento economico cinese dipende degli investimenti esteri, in particolare americani e giapponesi, tradizionali alleati di Washington: quasi il 40% delle esportazioni cinesi è realizzato da imprese con capitale estero al 100%.
Vi è dunque una dipendenza cinese alla quale risponde una dipendenza americana di tre ordini. Innanzitutto la Cina acquista il 15% delle esportazioni statunitensi, in secondo luogo gli Stati Uniti sono estremamente dipendenti da un mercato che consente di accedere ad un numeroso paniere di beni a basso costo. Infine occorre ricordare che Pechino risulta essere il principale acquirente di titoli del tesoro statunitense, consentendo agli Stati Uniti di mantenere i tassi di interesse ed il loro attuale livello di vita.

Queste, a mio parere, rappresentabo delle buone ragioni per le quali Stati Uniti e la Cina sono condannati ad andare d'accordo, almeno per un po'.

giovedì 6 gennaio 2011

Cina: la sua ascesa economica, politica, e militare. Un processo che rischia di generare conseguenze gravi su scala planetaria?


L'emergere della Cina sul proscenio mondiale come grande potenza economica ha sviluppato una serie di problemi diplomatici capaci di generare nuove tensioni internazionali.




LA CINA E LE NORME INTERNAZIONALI

In politica estera la Cina si è dimostrata progressivamente disposta ad adottare ed accettare una serie di norme internazionali, ad esempio per quanto concerne le pratiche commerciali o la non proliferazione nucleare. Questa accettazione delle norme internazionali non si applica tuttavia ai dossier relativi, ad esempio, ai diritti umani. In questo campo la Cina si mostra fieramente ostile, rivendicando l’originalità del sistema valoriale asiatico rispetto ai diritti dell’uomo che sono considerati come esogeni, artificiosi ed anche, paradigmatici dell’imperialismo occidentale.
Questa accettazione talvolta superficiale delle norme internazionali è anche dovuta a ragioni congiunturali. La Cina si percepisce ancora come troppo debole per opporsi alle regole internazionali, non disponendo di sufficiente forza per modificarle a proprio vantaggio.



IL PROGETTO EGEMONICO CINESE


L'obiettivo cinese è quello di sviluppare un’egemonia regionale per poi poter rivendicare un ruolo da potenza in campo internazionale. 
Questa obiettivo poggia su due differenti basi: il potere economico e il potere militare. 
Il problema è che queste due basi sono tra loro piuttosto contraddittorie.
Per la Cina è difficile cioè affermare il proprio potere militare senza subire pesanti ripercussioni in campo economico. 
Incrementando la propria forza militare rischia di spaventare gli investitori ed arrestare dunque il flusso di investimenti da cui dipende la sua crescita. 
E’ emblematico di questo paradosso il fatto che, dopo avere annunciato  l'aumento delle spese militari del 7,5 per cento nel 2010, per un totale di 78 miliardi di dollari, Li Zhaoxing, portavoce dell'Assemblea nazionale del popolo, si è subito affrettato a precisare che si tratta di spese nettamente inferiori a quelle statunitensi che nel 2010 hanno toccato quota 664 miliardi di dollari.

LE PRIORITÀ' DIPLOMATICHE DELLA CINA  


Le priorità diplomatiche cinesi possono essere riassunte in 4 direttrici.


  • La riunificazione nazionale, vale a dire il ritorno di Taiwan alla madrepatria.
  • La questione delle frontiere. Tutte le controversie relative alle frontiere terrestri sono stati regolate nel corso degli ultimi 15 anni, ad eccezione di quelle con l'India. La Cina è attualmente impegnata a sviluppare una nuova politica di vicinato, che implica una rottura con il vecchio detto cinese "per avere buoni vicini occorre una buona recinzione ".  La Cina, invece, è impegnata a marcare di più in più le proprie intenzioni di solidarietà e cooperazione. Questa seconda direttrice ha ripercussioni sul fronte interno, prefiggendosi di mantenere il controllo sulle province periferiche della Cina come il Tibet e lo Xinjiang.
  • Gli altri stati asiatici, che offrono un terreno fertile per la diplomazia. E’ il caso del Giappone e della Corea.  Per quanto concerne la Corea, la Cina sostiene la sua divisione, e fa di tutto per garantire la permanenza del regime nord-coreano: lo scenario più negativo sarebbe il suo crollo e la riunificazione della penisola. La divisione della Corea permette alla Cina di essere un partner indispensabile, l'unico in grado di influenzare la Corea del Nord.  La pressione che il governo di Pechino può esercitare sulla Corea del Nord gli consente di rafforzare l'immagine di potenza responsabile.
  • Il resto del mondo ed in particolare gli Stati Uniti rappresentano simultaneamente il principale partner cinese ed il primo motivo di preoccupazione.  Dopo l’11 Settembre la Cina ha sviluppato la considerazione che gli Stati Uniti hanno avviato una strategia di conquista del mondo basato sulla loro assoluta superiorità militare. La risposta cinese è stata dunque piuttosto difficile, e si è sostanziata nell'offrire agli Stati Uniti una cooperazione costruttiva volta alla co-gestione cino-americana in Asia. Proposta alla quale gli Stati Uniti non hanno risposto positivamente, secondo Pechino perché gli Stati Uniti mettono scientemente in atto una politica di contenimento nei loro confronti, come attesterebbe l’accordo sul nucleare civile tra Stati Uniti e India. La politica cinese nei confronti degli Stati Uniti resta tuttavia volta alla pacificazione  affinché non siano tentati di impegnarsi maggiormente nella zona  aumentando la presenza militare rispetto alle basi di cui dispongono attualmente.

In conclusione, ciò che occorre ancora una volta sottolineare è che la Cina rappresenta già un attore centrale nello scenario diplomatico internazionale, capace di agire efficacemente in scenari differenti (Asia Centrale, Sud Est Asiatico, Europa...), e che, in parallelo, la sua crescità imporrà altrettanti problemi al mantenimento degli equilibri internazionali

venerdì 31 dicembre 2010

La crisi del debito negli Stati Uniti e in Europa.2011. La crisi deve ancora arrivare?



Il debito federale degli Stati Uniti sta crescendo ad una velocità pazzesca e sembra impossibile da colmare. La stessa situazione si vive a livello statale.


Gli Stati americani si trovano ad affrontare difficoltà incredibili e molti hanno retto durante la crisi economica solo  grazie ai miliardi di dollari del programma di stimolo di Obama. Ma questo aiuto sta per finire. Il momento della verità sta per arrivare. 

La California l'anno prossimo avrà un deficit di 19 miliardi di dollari. Le tariffe delle università aumenteranno del 32%.


Per equilibrare il bilancio, il Colorado cerca di accaparrarsi l'extra di 500 milioni di dollari dell'assicurazione dei lavoratori statali e nelle Hawaii si è stabilita la frequenza di quattro giorni a settimana nelle scuole. 


Per soddisfare i suoi obblighi di bilancio, l'Arizona ha appena venduto il suo Campidoglio, l'edificio della Corte Suprema e le camere legislative e pagherà d'ora in poi un affitto per l'utilizzo dei suoi edifici governativi.

In Illinois, lo stato spende due volte rispetto a quanto riscuote con le imposte, ha conti da pagare per 5 miliardi di dollari, e non ha i soldi per farlo.

I deficit di Rhode Island e Alaska superano di gran lunga il loro prodotto interno lordo.

Il New Jersey, lo stato più tassato del paese, ha un'economia in piena depressione e, nonostante un taglio di bilancio del 26%, il disavanzo previsto per il prossimo anno sarà di 10 miliardi di dollari.


Le passività per le pensioni negli Stati Uniti ammontano a 5.170 miliardi dollari, a fronte di solo 1970  miliardi accantonati nei fondi.  Si tratta di un deficit di 3.230 miliardi di dollari che  i figli del boom scopriranno al momento di riscuotere le loro pensioni.


Secondo gli analisti finanziari di Wall Street, nessuno conosce veramente la profondità di questi buchi. Essi evidenziano la mancanza di trasparenza degli stati in relazione al mercato obbligazionario e mettono in discussione la loro capacità di rimborsare i prestiti. Questo mercato ha sempre avuto la reputazione di essere sicuro per i piccoli investitori che hanno messo i loro risparmi per la vecchiaia. Ora è cambiato. 


Ad esempio, la città di Harrisburg, capitale della Pennsylvania, ha dovuto essere salvata dallo Stato a causa della sua incapacità di pagare i debiti. Gli analisti stimano che più di 75 grandi città cadranno presto in bancarotta e questo comporterà centinaia di miliardi di dollari di aiuti per lo stato federale. 

La grande prova per gli Stati Uniti sarà in primavera quando il programma di stimolo di Obama di 160 miliardi dollari finirà.



Molti governatori sostengono che il problema risiede nella eccessiva quantità di spese sociali che lo stato deve affrontare. E propongono come soluzione consistenti tagli di bilancio.


Le elezioni americane di medio termine hanno dimostrato che un numero molto elevato di americani non intende più pagare per il sistema pensionistico o per i finanziamenti al sistema sanitario nazionale. 

Per contro, essi non si oppongono alle ingenti spese generate dagli interventi statunitensi in Iraq e in Afghanistan e non dicono nulla quando Obama prospetta un impegno in Yemen e Corea del Nord.  Gli elettori preferiscono tagliare l'assistenza sociale ai connazionali piuttosto che ridurre il finanziamento delle spese militari. 


Negli Stati Uniti, il disavanzo ha superato il trilione di dollari e Obama, i Democratici e i Repubblicani giurano che i prossimi due anni saranno dedicati a ridurre la spesa.  


In Europa vi è una rimessa in questione dell'euro, dopo il quasi-fallimento di Grecia, Irlanda, Portogallo, e Italia.

Paradossalmente i grandi gruppi vedono le loro vendite aumentare, i loro effettivi gonfiare all'estero e i loro profitti esplodere. Le borse conoscono una crescita rilevante. Ma il lavoro non segue la stessa tendenza. La classe media tende a ridursi e la povertà è in crescita. 

A mio parere l'unico intervento possibile per risolvere una situazione sempre più preoccupante è strutturare nel medesimo tempo una politica keynesiana di intervento statale nell'economia e di sostegno alla domanda con una politica di lotta agli sprechi, alle inefficienze ed alla rendita.
Non sarà facile. Sarà come condurre un tir ai 150 Km/ora in una stretta strada di montagna sperando che non si graffi la carrozzeria.
Non sarà facile. Ma è l'unica strada che è possibile

martedì 28 dicembre 2010

Tensione tra Seul e Pyongyang: verso una seconda guerra di corea?

La crisi coreana è stata una delle tensioni principali del 2010. Vi sono elementi consistenti per sostenere che tale tensione permarrà anche nel 2011.


Pyongyang ha dichiarato giovedì scorso che il suo paese doveva prepararsi ad una "guerra santa" usando il proprio "deterrente nucleare" contro la Corea del Sud rea, secondo i leader nordcoreani, di sviluppare le condizioni, particolarmente con le recenti esercitazioni militari, per lo scoppio di un conflitto.

Due o tre giorni prima, Pyongyang aveva tuttavia espresso la volontà di ignorare le "miserabili provocazioni" della Corea del Sud e aveva anche annunciato di accettare il ritorno degli ispettori della Agenzia internazionale per l'energia atomica. 


Ma indiscrezioni evocano, al tempo stesso, un terzo test nucleare della Corea del Nord in risposta alle manovre militari nel sud.

Questi due discorsi contraddittori riflettono le tensioni esistenti all'interno delle alte sfere della Corea del Nord, proprio mentre avviene il passaggio di consegne tra il leader Kim Jong-il e il successore, da lui stesso nominato, Kim Jong-un, il suo terzogenito, di appena 27 anni. 

La Corea del Nord è un paese debole, isolato internazionalmente. Come hanno svelato recentemente i cable di Wikileaks, anche la Cina, tradizionale alleato di Pyongyang, dimostra sempre maggiore intolleranza nei confronti di un paese considerato un "bambino viziato" e la cui politica interna ed estera diventano sempre meno giustificabili per Pechino, desiderosa di mostrarsi come Potenza Responsabile agli occhi del mondo e degli Stati Uniti.

E' facile comprendere come la paura della guerra rappresenti un mezzo utile a compattare un' "unione sacra" dietro un regime allo sbando. Sono di ieri le immagini dei bambini delle scuole medie di Ansan, intenti a compiere esercitazioni militari nella neve. 
Che la Corea del Nord sia inesistente sul piano internazionale ed il regime destinato a crollare, ciò non toglie che si tratta di una potenza nucleare i cui dirigenti hanno manifestato più volte la disponibilità ad utilizzare l'atomica in caso di conflitto.

Per quanto riguarda la Corea del Sud, essa, dopo la guerra fredda, ha mantenuto un basso profilo nei confronti delle provocazione della Corea del Nord, preoccupata di mantenere e garantirsi la protezione americana. 

Occorreva essere fermi davanti alle provocazioni certo, ma non troppo. Questo era il desiderio dell'opinione pubblica.

Ma con l'avvento di Lee Myung-bak alla presidenza nel 2008, grazie ad un miracolo economico duraturo, sicura di sé, la Corea del Sud ha sviluppato precise ambizioni regionali.
Essa ha manifestato più volte il desiderio di essere l'economia emergente più importante in Asia, soppiantando persino il Giappone. 
Dopo il recente G-20, a Seoul, Lee ha goduto dell'appoggio del 60% dell'opinione pubblica, propagandando il sogno di una riunificazione della penisola sotto l'egida di Seul.
Ciò non si traduce necessariamente in una guerra con la Corea del Nord,  ma, come era prevedibile, così è stato interpretato da Pyongyang, alimentando il sentimento di insicurezza del paese.

Dopo gli attentati sull'isola di Yeonpyeong dello scorso mese, che sono costati quattro morti - cosa mai vista dopo l'armistizio del 1953 - Lee ha perso circa il 25% del sostegno popolare, a causa principalmente della sua reazione considerata lenta e pigra.

La parola d'ordine che si è imposta a Seul è la risposta immediata a tutti i movimenti simili a quelli di Novembre. Da cui la necessità di propagandare le esercitazioni militari della scorsa settimana.

Il faccia a faccia tra una Corea sempre più imprevedibile e un'altra sempre più diffidente metterà ancora i nervi a dura prova, possiamo essere certi. 
L'ambasciatore cinese alle Nazioni Unite ha recentemente dichiarato che i due paesi sono arrivati ad un soffio dalla guerra il mese scorso.

A torto o a ragione, si conta sulla Cina per "frenare" la Corea del Nord. La domanda che mi pongo è: occorre anche frenare la Corea del Sud?

lunedì 27 dicembre 2010

Dossier Wikileaks: Assange arrestato e rilasciato per stupro. Wikileaks e i Pentagon Papers. Quali similarità? Quale Lezione?


Dossier WIkileaks: Accusato di stupro, in procinto di scrivere una biografia: Assange paladino della libertà di informazione o terrorista internazionale?

Proviamo a dare una risposta.

Lo scopo di Wikileaks è quello di denunciare gli "arcana corporis" degli stati, così come le azioni contrarie alla giustizia e censurate dai dirigenti e funzionari dei vari paesi. 
Le informazioni ricevute sono analizzate da una commissione speciale, prima di essere considerate valide per la pubblicazione. Wikileaks stabilisce quindi una strategia specifica per la loro divulgazione, affinché ogni operazione abbia l'effetto di una "bomba" nella zona interessata dalle rivelazioni.

A mio avviso è possibile stabilire un parallelo con i "Pentagon Papers", documenti top-secret di 7000 pagine del Dipartimento della difesa americano che furono rivelati da Daniel Ellsberg nel 1971 durante la presidenza Nixon e pubblicati in prima pagina il 13 luglio dal New York Times. 


Come per i Pentagon Papers, le rivelazioni di Wikileaks, pubblicate su giornali ed altri media internazionali, mostrano il lavorio sconosciuto della segreteria di stato degli Stati Uniti e le sue strategie. Hillary Clinton continua a scusarsi, quasi quotidianamente, a nome degli Stati Uniti d'America, con i leader dei paesi che vengono implicati di volta in volta. 
Contestualmente la segreteria di stato tenta di demonizzare Julian Assange come pericoloso terrorista. Lo si accusa di spionaggio e Obama ha espresso il desiderio di arrestarlo.
Il canadese Stephen Harper ha espresso anche l'idea che Assange debba venire assassinato. 

Assange è stato tenuto in prigione per nove giorni per un presunto reato sessuale a danni di due partner (che lo accusano della rottura del profilattico durante il rapporto sessuale. Stiamo parlando di questo: una fattispecie di reato che esiste solo in Svezia). E' difficile non vedere in questo un azione cospirativa volta a compromettere l'uomo che più di ogni altro simboleggia WIkileaks.

Queste azioni anti-Assange sono diventate più sistematiche da quando ha annunciato che Wikileaks aveva in mano i documenti interni di una delle più grandi banche degli Stati Uniti e l'intenzione di svelarli al più presto. Questi documenti dimostrerebbero l'irresponsabilità dell'istituto bancario nella catena di eventi che hanno portato alla crisi economica che ha scosso il mondo occidentale.
Numerosi commentatori hanno sottolineato come i responsabili di questa banca temano come la peste le rivelazioni di Assange e facciano di tutto, nell'ombra, per farlo smettere: pressioni nei confronti dei governi, tagli delle donazioni in denaro via Pay-Pal, ecc . 

La questione che si pone è se Julian Assange debba essere processato e imprigionato, Wikileaks chiuso oppure se stia semplicemente esercitando un diritto riconosciuto da tutte le costituzioni liberali. Se sia colpevole di aver diffuso documenti riservati o segreti, o se la colpa non sia attribuibile al governo degli Stati Uniti per non avere garantito sufficienti controlli.

Sottolineo subito che Julian Assange è, a mio avviso, un campione della libertà di informazione. Negli Stati Uniti, la Corte Suprema ha stabilito che i media possono "pubblicare informazioni riservate che incidono sulla sicurezza militare o nazionale".

Nel caso dei "Pentagon Papers", la Corte Suprema degli Stati Uniti ha anche statuito che "solo una stampa libera e senza vincoli può efficacemente esporre gli inganni dei governi".
In altre parole, quelle del giudice Black: "La stampa (dal punto di vista dei Padri fondatori) deve servire ai governati e non ai governanti. Il potere del governo di censurare la stampa è stato abolito perché la stampa rimanesse per sempre libera di censurare il governo". Quanto scritto è, a mio avviso, sufficiente a giustificare e legittimare l'operato di Julian Assange. 

Come ha sostenuto il senatore Paul: "Se nella nostra società la verità diventa un tradimento, significa che abbiamo grossi problemi."

Chi è interessato a capire e comprendere il mondo, ha il diritto di essere informato: è necessario per qualsiasi persona  democratica che intenda scegliere in modo intelligente il futuro del proprio paese. Il popolo, i cittadini, noi abbiamo il diritto di essere ben informati, al fine di formarsi opinioni e compiere scelte in maniera sana e corretta. 
Se queste informazioni sono fornite, manipolate, o anche solo sussurrate dai politici, saremo  necessariamente impossibilitati a formare le opinioni corrette e le scelte giuste.
Ciò che è emerso, dopo la pubblicazione dei documenti di Wikileaks, è che spesso ci sono state fornite informazioni incomplete. 

Dunque si può comprendere come Wikileaks con la sua azione rafforzi la democrazia nella misura in cui fornisce alla cittadinanza strumenti utili alla formazione dell'opinione.
In questa prospettiva è evidente come occorra difenderla, in quanto organizzazione che si dedica ad informarci correttamente sulla base di documenti autentici.